12 giugno 2013

Due nascite a confronto: Anita

Ho sempre desiderato essere madre. Da ragazza ho sempre saputo che prima o poi avrei avuto un figlio. Anzi no, una figlia. Sarebbe stata ovviamente bellissima e soprattutto l'avrei cresciuta con tutto il mio amore. Ad un possibile padre non pensavo nemmeno lontanamente, non lo contemplavo neppure. Però sapevo che sarei diventata madre. Fortunatamente la vita mi ha fatto conoscere l'uomo per me, in una situazione da film, o da romanzo rosa di bassa qualità. Ma questa è un'altra storia.
 
Anita è nata nel giugno del 2009 in una struttura ospedaliera pubblica. Durante l'attesa l'ho sempre coccolata, ascoltata e nutrita d'amore. Lei è stata la mia luce in un periodo buio e burrascoso che ha visto tre lutti nella mia famiglia e un marito/padre distante fisicamente a causa del lavoro e a causa della  scelta obbligata di restare nella mia terra.
Anita è il mio amore grande.
 
Stupidamente, lo dico col senno di poi, avevo deciso di fare la partoanalgesia e quindi quando è giunto il momento giusto sono andata in ospedale. Solo ora, ripensandoci, mi rendo conto che il momento in cui lei mi è stata messa tra le braccia ha cancellato il dolore( naturale) e la rabbia (procuratami). Solo ora, ripensandoci, mi rendo conto che ho passato 10 giorni in ospedale in fin di vita e trattata con sufficienza. Solo ora, ripensandoci, mi rendo conto di cosa significhi lottare.
 
Anita ha deciso di nascere piano piano, annunciandosi con un rivolo di liquido lungo ad una gamba. Toc toc. Mamma ci sei? Io sono pronta, sto arrivando!
All'inizio è stato tutto da copione: la corsa al pronto soccorso ostetrico, l'adrenalina a mille, il maritino confuso. Una volta arrivati sono iniziati i tracciati e le contrazioni. Poi, a 5 cm di dilatazione, l'epidurale. Mi hanno portata in una sala travaglio e hanno fatto uscire mio marito. Poi l'anestesista ha iniziato a fare il cascamorto con l'ostetrica, una ragazza giovanissima e molto carina. Allora, io sono molto aperta di vedute, ma dico io, non poteva aspettare un pochino, finire il suo bel turno e POI fare il cascamorto? 
Comunque, mi ha forato 3 volte perché diceva che non collaboravo e alla fine mi ha messo il mio bel cateterino. Che male! Ricordo ancora nitidamente il dolore che ho provato e che ancora oggi ogni tanto mi blocca. Ricordo ancora nitidamente che il cateterino poi si è un po' spostato e tutto l'anestetico invece di finire dove avrebbe dovuto se ne è andato in giro per la mia schiena. Risultato: anestesista che si sentiva ganzo, felice di aver scroccato un appuntamento, poi sparito; ostetrica con cambio di turno che non mi ha nemmeno salutata; contrazioni da parto naturale, ossitocina e parto rallentato. 
Arriva l'ostetrica di turno, si presenta, cerca di tranquillizzarmi, mette un po' di musica... ma... hanno rubato il cd coi suoni della natura e quindi ripieghiamo sulla radio. Meglio di niente. Una bella compilation, la Nannini, Battiato, poi un po' di rock che non guasta mai. Mio marito, sempre con me, mi dà forza e coraggio. E anche appiglio, perché ad ogni contrazione lo stritolo senza accorgermene. E' la mia forza. 
Dopo parecchie ore sono stanca, mi dicono che sto perdendo un sacco di sangue e di spingere. Spingo. Esce la testa e io sono sfinita. Non ho proprio più forze. Anita apre gli occhi ma è ancora dentro di me. Passano i secondi, forse i minuti, non so, il tempo si è allargato. Vedo la faccia preoccupata dell'ostetrica. Vedo la faccia tesa di mio marito. E allora scatta l'allarme dentro di me. Mi fisso sul battito del cuore della mia piccola, che lentamente sta calando d'intensità. Sono sfinita. Raduno tutte le preghiere che conosco, concentro tutte le forze in un solo punto e  ce la faccio. Quando finalmente mettono un fagottino rossastro pieno di capelli nerissimi sul mio petto e due occhi lattiginosi mi guardano perdendosi e ritrovandosi nei miei, solo allora, capisco il significato più profondo della parola AMORE.
Quello che è seguito al momento della nascita è un po' confuso nella mia mente. Anita è stata portata a fare il bagnetto da mio marito. Io ho aspettato che uscisse la placenta. Ma non usciva. E io continuavo a perdere molto sangue. Quando ho visto che si stava creando un capannello di medici, ostetriche e infermieri attorno a me ho intuito che c'era qualcosa che non andava. Quando ho firmato il consenso all'anestesia generale vedevo già tutto verdognolo, mi girava la testa ed ero riarsa dalla sete. Mi sono svegliata nella camera numero 6 dove sono rimasta per 10 giorni a seguito dell'emorragia e della cefalea da spinale che non mi permetteva di stare in posizione verticale. Non ho avuto molto sostegno da parte del personale e men che meno da parte del primario che si è rivolto a me spesso in maniera maleducata e cafona fino al momento in cui gli sono svenuta davanti e allora ha pensato che forse non lo stavo prendendo in giro per riuscire a starmene a letto un giorno in più (che umanità vero? sono parole sue).  Non sono stata ascoltata ma trattata come un oggetto. Non mi è stato permesso avere aiuto esterno. Non è stato permesso a mio marito di starmi accanto. Non ho avuto sostegno per l'allattamento anche se l'avevo richiesto  fino al momento in cui casualmente la puericultrice è passata dalla mia stanza mentre stavo allattando e si è accorta delle mie ragadi. E mi ha aiutata.
Ci sono tanti NON in questa storia e il più grande di tutti è che tutto questo NON mi ha fatto desistere dal cercare e avere un'altra bellissima bimba.
Ma questa è un'altra storia.